RADIO FEBBRE
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Intervista Allimac - 19.11.2025
today11 Novembre 2025 35 5

Oggi vi voglio parlare di un docfilm che ho visto ieri appena uscito nelle sale e che sarà presente fino al 12 Novembre 2025, si tratta di Piero Pelù- Rumore Dentro.
Piero Pelù non ha bisogno di presentazioni o di introduzioni sappiamo tutti chi è, trasformista della musica, rocker, performer, artista, tante cose e tutte sono contenute nel road movie Piero Pelù. Rumore dentro, diretto da Francesco Fei.
Questa è anche un’occasione per (ri)scoprire Piero Pelù, i suoi amici, la sua Firenze, il suo mondo, anche alla luce del ritorno dei Litfiba, nel 2026, con il tour celebrativo di 17 Re, l’album considerato punto cardinale della band, avete capito bene, dopo 40 anni torneranno a suonare insieme con la formazione originale dei Litfiba.
Ricordo che l’album 17 Re è un disco dedicato alle vittime del potere.

Come abbiamo appreso tutti (ne parlai anche nella mia recensione al suo album Deserti) nell’ottobre 2022, durante una sessione di registrazione, un improvviso shock acustico, causato da un errore tecnico nel cambio di cuffie, (da –40 dB passò a +130 dB in una frazione di secondo, ha fatto svenire Piero Pelù, provocando un danno permanente al nervo acustico con il quale Piero combatte psicologicamente da allora. L’incidente ha portato la cancellazione di un tour già programmato e il rischio di dover sospendere ogni attività artistica legata alla musica live di Pelù.
L’acufene emerge come un filo comune dietro molte carriere musicali di successo e non è solo conseguenza di esposizioni prolungate a volumi elevati, ma il risultato di una combinazione di danni, fattori somatici e stress emotivo.
Tanti musicisti, cantanti e professionisti del mondo della musica sono affetti da questo disturbo a volte invalidante come Gino Paoli, PHIL COLLINS, Sting, Eric Clapton, Barbara Streisand, Chris Martin frontman dei Coldplay, Caparezza Dave Grohl dei Foo Fighters, che ha reso pubblica la sua battaglia con l’acufene e, per tutelare la sua salute, ha scelto di ridurre drasticamente l’attività live.
Il “Rumore Dentro” di Piero Pelù proiettato al cinema solo il 10, 11 e 12 novembre, è diventato così un’occasione forzata per fermarsi, ritrovarsi, ricostruirsi, rigenerarsi attraverso una full immersion nel proprio mondo interiore: la famiglia, la libertà, gli amici (tra cui i Litfiba), il viaggio e naturalmente la musica sono gli elementi intorno cui uno dei personaggi più importanti della scena rock italiana ricostruisce e ritrova la sua strada. Il film si arricchisce anche di una selezione sorprendente dallo sconfinato archivio in pellicola e video prodotto da Piero dagli albori del suo viaggio musicale fino ad oggi.
Scandito dal viaggio spirituale di Pelù verso il pellegrinaggio annuale dei gitani a Saintes-Maries-de- la-Mer, in Camargue(Francia), in onore di Santa Sarah la Nera protettrice dei viaggiatori, il cui nome è tatuato su entrambi gli avambracci dell’artista, “Piero Pelù. Rumore dentro” si trasforma in un road movie e insieme in una riflessione su oltre quarant’anni vissuti “Off road”, come figura intellettualmente libera, libertaria e coraggiosa della scena artistica e musicale italiana.
Segnato da una forte depressione dopo l’incidente, Pelù trova nella sua musa di sempre, la musica, la via per rinascere. “Ne sto uscendo con le unghie e con i denti. “Ho riversato l’anima, ho scritto brani nuovi, potenti, e riscoperto idee dimenticate nel mio archivio infinito”, racconta Piero Pelù.
“Piero Pelù. Rumore dentro” non è solo un percorso per ritrovarsi ma un viaggio sorprendente e senza confini di un artista libero che nella sua lunga storia non ha mai fatto scelte per opportunismo. Piero il cantautore rock, il performer, l’artista, il padre, il nonno e il viaggiatore che riesce a far convivere tutte queste realtà con una armonia quasi spiazzante.
Il film vede anche la presenza di amici e collaboratori di Pelù, come la sua famiglia, i Litfiba storici, i suoi amici di tutti i giorni in vesti inaspettate.
Il film si apre come una festa dei morti, un Día de los Muertos personale, allegro e malinconico, dove Pelù che indossa la maschera da scheletro, quella dei “Tre Allegri Ragazzi Morti” e il copricapo da cangaceiro, è la celebrazione di chi ha danzato sull’orlo del silenzio e ha deciso di restare in piedi.
Brani nuovi che dialogano con le pietre miliari dei Litfiba come “El Diablo”, “La Preda” e “Tziganata”, fino all’iconico “Il mio nome è mai più”, scritto con Ligabue e Jovanotti per Emergency.
Tra i titoli che punteggiano il film ci sono “Maledetto cuore”, “Novichok”, “Deserti”, “Scacciamali”, “Picasso” “Canto” e “Porte” (dell’album Deserti se volete potete rileggere la mia recensione fatta sul Blog di radio Febbre del 10 Giugno 2024 all’indirizzo: https://www.lafebbre.ch/2024/06/10/i-deserti-di-piero-pelu/).

“Piero Pelù. Rumore dentro”, con soggetto e sceneggiatura di Piero Pelù, è prodotto da Apnea Film, Nexo Studios e DNA Audiovisivi, realizzato grazie a TEG e con il contributo del PR FESR Toscana 2021-2027, bando per la concessione di sovvenzioni a fondo perduto per la produzione di opere cinematografiche e audiovisive 2023, diretto da Francesco Fei, presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Si sa, c’è sempre qualcosa di antico e moderno nel modo in cui Piero Pelù, in questo film ci lascia entrare nella sua quotidianità, se tale si possa definire, e ci rieduca lo sguardo alla sua fisionomia, così guardinga, meditativa, con la sua falcata da rocker che attraversa ponti, confini, perimetri glaciali, i più estremi che possa conoscere l’uomo ma i più intriganti per un musicista che nel limite abita, scrive, compone, si interroga e spesso tende, con mani invisibili, le corde più profonde della propria emotività.
Il documentario, anche se è troppo riduttiva come definizione, ci porta nelle pieghe della vita di un uomo, un’anima abissale, scolpita dal tempo e dalle onde di un mare interiore che non smette mai di rifrangersi. Un mondo sommerso che Fei investiga senza farsi sentire, seguendo Piero Pelù come una presenza evanescente, come una luce che si sposta sulla pelle e ne inquadra le crepe.
Non è semplice armonizzare lo spirito apolide di un artista che ha sempre scommesso sul rischio, sull’istinto come unica bussola possibile. E non è altrettanto facile inquadrarlo, seguirlo, incanalarlo dentro una narrazione che non tradisca la sua natura indomita.
Fei riesce però a farlo, riesce a mimetizzarsi nel deserto affollato di Pelù, restituendo l’incontro fra due sguardi, quello di un regista che osserva e quello di un musicista che si lascia guardare e Pelù, da parte sua, si mostra nudo e vulnerabile, senza la corazza del palco né il clamore dei riflettori.
“Piero Pelù. Rumore Dentro” è un viaggio che attraversa la soglia dell’ascolto. Tutto comincia con una festa, con amici che si ritrovano, come se, dietro la gioia dell’incontro, si nascondesse il bisogno di scacciare un’ombra e di fare buon viso a cattiva sorte. C’è il suo malessere, la sua solitudine, la sua depressione, ci sono i suoi fantasmi, attutiti dalla gente, dalla musica, da quella nota di Mi, incalzante, sottile eppure maiuscola come una fenditura, come un promemoria di fragilità.
Rendere creativo ciò che è distruttivo significa capovolgere la vertigine e Pelù attraversa la crisi come si attraversa un amplificatore in fiamme: senza arretrare, accogliendo le fiamme, avanzando dentro il calore, consapevole che ogni scintilla è parte di una melodia ostinata. Le fiamme diventano allora parte del suo linguaggio, una materia viva da plasmare. Non serve un esoscheletro ignifugo quando si è disposti a bruciare per intero, perché è nel rischio che la creazione trova la sua autenticità in Pelù.
Questo documentario è stata l’occasione perfetta per aprire vecchi bauli colmi di tesori: materiali preziosi provenienti dall’archivio personale di Pelù, come i filmati in Super 8 delle tournée dei Litfiba in Europa negli anni ’80 o le immagini del viaggio in Russia del 1989 insieme ai CCCP, è la diapositiva dell’anima errante di Pelù, che consuma le suole tra palchi, frontiere, viaggi e pellegrinaggi sulle rotte più ispide del mondo, che stratifica la sua anima gitana, nomade per vocazione, inquieta per destino.
Qui Pelù mette a nudo le sue fragilità, non ha paura di aprirsi come persona, mostrando questo materiale inedito, si rivolge ai suoi fan, ma anche a chi lo conosce poco, si fa riflessivo. La musica si mescola alle immagini.
“Piero Pelù. Rumore dentro” ha i toni di una confessione sincera. Non si dimentica l’animale da palcoscenico, lo spirito ribelle, ma si indaga un lato del cantante che forse non è così familiare. Fei evita l’agiografia, e avvicina il rocker agli spettatori, lo fa diventare parte del suo pubblico. Pelù ragiona sull’esistenza, fa un vero e proprio bilancio. Si confronta con i suoi tormenti, alimenta una propria spiritualità, è un indomabile che analizza il tempo che passa.
Tra le pieghe del film riaffiora la Firenze creativa di un tempo: quella dove la musica si intrecciava alla performance, dove lo spirito di Pina Bausch(una tra le più importanti e note coreografe mondiali morta nel 2009 e Martha Graham(è considerata la madre della danza moderna americana soprattutto perché ha creato la prima vera e propria tecnica della nuova danza, la tecnica Graham si basa sul principale atto fisiologico dell’essere umano: la respirazione, ed è incentrata sulla zona del bacino, perché è lì che ha origine la vita, il suo principio conduttore è quello dell’alternarsi di contraction e release) aleggiava nei movimenti di una generazione che voleva cambiare tutto.

Fei e Pelù restituiscono quel respiro collettivo, fatto di teatro, punk e poesia, dove il passato, il presente e il futuro si abbracciano come in un manifesto di Saxoléine Pétrole de Sûreté (è un prodotto petrolifero per l’illuminazione, pubblicizzato da un noto poster artistico della Belle Époque, con lo scopo di promuoverne l’uso domestico per il comfort e l’illuminazione; l’espressione “Pétrole de Sûreté” significa “olio di sicurezza”, indicando un prodotto più sicuro rispetto al petrolio comune e il manifesto è stato intorno al 1895, dall’artista Jules Chéret) del 1895, la signora con la lampada accesa che illumina il muro, simbolo di un’energia che non si spegne.
Fei ha girato non un documentario, non un docufilm, ma un viaggio, affettuoso della durata di 82 minuti in cui all’individualismo del divo si unisce il bisogno di far parte di una comunità più ampia di cui possa condividere l’anima.
Come canta Pelù in una dei suoi titoli più famosi, “Il mio corpo che cambia”: “Cos’è, cos’è questa sensazione? È come un treno che mi passa dentro senza stazione. Dimmi qual è, qual è la mia direzione?”. In qualche modo “Piero Pelù. Rumore dentro” è la risposta a questa domanda.
Ha inizio con un ronzio persistente il film di Francesco Fei: un disturbo uditivo invasivo e menomante, destinato a ritornare sotto varie forme in “Piero Pelù. Rumore dentro”. Non sappiamo se fosse un’idea originaria, ma certo è che, a conclusione del film, “acufene” risulta essere la parola pronunciata più volte dal protagonista. È una condizione fisica concreta, ma anche il perno metaforico di un racconto: la difficoltà di convivere con un suono interiore che non si spegne mai, e che per un musicista abituato a vivere di decibel, energia e volume è una condanna difficile da accettare, eppure, non si tratta di un percorso di rinuncia, piuttosto, di ridefinizione.
Il documentario alterna riflessioni intime a un viaggio fisico e simbolico tra i luoghi della sua formazione, Firenze e Massa, le città che lo hanno cresciuto e che custodiscono le radici dei Litfiba.
Vecchi Super 8 e VHS riemergono insieme a compagni di strada come Ghigo Renzulli e Gianni Maroccolo, riportando in vita la stagione più dirompente della band, tra concerti in una Leningrado ancora sovietica e palchi italiani attraversati da un’energia figlia della new wave di inizio anni ’80. Quella fase folle e felice non viene raccontata con nostalgia sterile, ma come riserva vitale a cui tornare nei momenti di difficoltà.
Parallelamente, il pensiero di Pelù si apre al mondo, dalla dimensione privata a quella collettiva e se Marrakech diventa luogo di rigenerazione, il contatto con Emergency e la riflessione sui fronti di guerra attuali mostrano un artista che non smette di interrogarsi sul senso politico e umano del fare musica.
“Piero Pelu.Rumore dentro”, da esperienza individuale, si allarga così a metafora universale: il segnale costante di un malessere che non riguarda solo Pelù, ma un’epoca intera, assediata da conflitti, incomunicabilità, solitudine.
Fei accompagna questa confessione con uno sguardo sobrio, lontano dal racconto autocelebrativo, qui non ci sono performance ridondanti né climax spettacolari: il film preferisce l’ascolto, il tempo lungo, il silenzio interrotto dal ronzio dell’acufene, che diventa partitura invisibile.
La costruzione stessa del documentario funziona come contro casting rispetto all’immagine pubblica del rocker: non più l’istrione provocatorio, ma un uomo che cerca con fatica un equilibrio, consapevole della fragilità che lo accompagna.
Il risultato è un ritratto spiazzante e coraggioso, “Piero Pelù.Rumore” dentro non è il rilancio di una carriera, parola che il rocker fiorentinorifiuta e disprezza, ma un invito a ripensare la comunità, a tornare a guardarsi negli occhi, a trovare forme di solidarietà in tempi dominati dalla mediazione tecnologica e dall’isolamento. In fondo, è un grido di dolore e di resistenza: se l’acufene è una condanna senza cura, trasformarlo in metafora di un disagio collettivo significa anche provare a dargli un senso, a renderlo condivisibile.
In questo equilibrio tra fragilità privata e riflessione universale, tra memoria e presente, sta la forza del film di Francesco Fei, la capacità di raccontare un artista oltre il mito, mostrandone le crepe e i silenzi, e di fare di un difetto fisico un’immagine potente del nostro tempo.
Il Rocker fiorentino si presenta così vulnerabile come mai prima d’ora, quasi costretto dalle circostanze a rallentare, a scendere a patti con l’irreversibilità del tempo e con i limiti di un corpo che ha dato tutto alla musica.
Nel Film ci sono solo le immagini girate da Pelù di Via dei Bardi al numero civico 32, nelle cantine dello storico Palazzo Canigiani a Firenze in cui tutto ha avuto inizio. Le immagini di Firenze si aprano nel momento in cui, nel 1993, Pelù ha convinto i Litfiba a fare un tour in Francia. Era il 1993 ed è da lì che la band si è consolidata. Prima nessuno ci considerava, a casa Pelù c’era guerra perché i suoi genitori non volevano che facesse l’artista, ma quella tournee cambiò tutto, diventarono più famosi in Francia che in Italia.
Vedendo Piero Pelù. Rumore Dentro le immagini d’archivio, viaggi e riflessioni intime, lontano dalla maschera del frontman e vicino all’uomo, posso dire che è un’opera che parla di dolore, ma soprattutto di rinascita e che ci ricorda come il rumore più profondo, quello che portiamo dentro, possa diventare, se ascoltato, la musica più vera.
Se avete voglia e modo potete ancora vederlo oggi e domani nei cinema.
Concludo con le parole di Piero Pelù che più di tutto racchiudono il significato di “musica”.
“La musica e il racconto non vanno a comando. La musica non si estorce, non si trivella. La musica non si ordina al delivery e nemmeno si fa con l’intelligenza artificiale. E così, nemmeno il racconto. La musica si cerca, sì, ma non va a comando: lei sgorga, va dove vuole lei, quando vuole lei, come vuole lei”.
Piero-Pelù
Da parte mia è tutto.
Alla prossima da SonoSoloParole.
Scritto da: liga
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