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Recensione del film “La Sala Professori”

Vi scrivo le mie impressioni su un film che ha perso la corsa al Premio Oscar 2024 per il miglior film straniero, proprio come il nostro “Io, Capitano” di Matteo Garrone.

Si Tratta di “La sala professori” (Das Lehrezimmmer),  diretto dal regista Ilker Çatak, Berlinese di nascita ma di origine turca.

A Istanbul Çatak è tornato dodicenne, e vi si è laureato. Successivamente rientrato in Germania, ha  portato con sé la sua esperienza di immigrato, alla quale per dirigere questo film ha attinto sicuramente,  in quanto la classe rappresentata nel film  è chiaramente e marcatamente multietnica.

Tutti dovrebbero vederlo: chi e’ coinvolto nella scuola, chi considera l’insegnamento un lavoro di comodo e anche tutti gli altri, perché il sistema istruzione riguarda ognuno di noi, e perché in questo film la scuola è specchio della società, e l’immagine che ci rimanda non è esattamente lusinghiera, anzi invita ad interrogarsi.

Della vita privata di Carla Nowak (in polacco “novizia”), giovane docente al primo incarico in una classe di dodicenni, non ci viene raccontato nulla, come se la sua esistenza si esaurisse drammaticamente nel mestiere che fa, come se tutto il resto fosse sacrificato o comunque in secondo piano.

Questa mancanza di altre rappresentazioni nella sua esistenza amplifica ulteriormente il dramma che lei vive, lo ingigantisce fino a trasformarlo in ossessione.

Nell’ istituto in cui Carla lavora si sono verificati diversi furti e lei pare l’unica a rifiutarsi di pensare che il colpevole sia necessariamente un allievo.

Allo spettatore rimane impressa la solitudine dell’insegnante in questa convinzione che ne guida le azioni, la sua caparbietà nel fare il proprio mestiere al meglio, schiacciata tra una classe di adolescenti in età evolutiva, bisognosi di attenzioni e dispensatori di atti ribelli, colleghi inariditi e stanchi, una preside che dichiara di aver impostato una scuola a “tolleranza zero”, un gruppo di genitori perennemente alleati tra loro e sulla difensiva.

La scuola viene rappresentata come un luogo che mette in scena episodi vestiti di tensione e conflitto: più Carla cerca di fare il suo lavoro come una pasionaria convinta, più si scontra con un sistema faticosamente in equilibrio, che nasconde rancori, stanchezza, nervosismo, razzismo. Più cerca di proteggere i suoi allievi dal mondo esterno e più li sacrifica, come in una tragedia greca contemporanea.

Delle migliori intenzioni è lastricata la via dell’inferno, recita un vecchio detto. E per questo film potrebbe essere un motto perfetto.

Girato in formato quattro terzi, quello più usato fino al secondo dopoguerra, quello che ci riporta ai vecchi televisori a tubo catodico, inquadra un campo volutamente ristretto, forse per sottolineare il focus sulla protagonista o forse per mettere a fuoco

uno spazio avvertito come claustrofobico, senza una vera via d’uscita. O forse ancora, più semplicemente, perché il cinema moderno d’autore spesso predilige il 4:3.

Un tema chiave per la trama è quello della verità.

La verità nella citazione degli studenti della redazione scolastica che intervistano Carla (ma pubblicano le dichiarazioni di un’altra persona che nella storia appare come la sua antagonista) fa sorridere perché a tutto si arriva tranne che alla verità, quella che campeggia in bella vista in latino su uno striscione appeso nell’aula in cui ha sede il giornale e viene sbandierata come unico scopo dei giovani giornalisti.

Un altro tema centrale del film è quello della già citata tolleranza zero, motto di un istituto comprensivo che si presenta impersonale e patinato, ben attrezzato ed organizzato nel quotidiano come solo una scuola tedesca può essere, eppure arranca sotto organico come accade perennemente nelle nostrane istituzioni scolastiche.

Tolleranza zero che pone le regole al centro di tutto, ma non riesce ad avvicinarsi all’idea di giustizia né a quella di verità, che si riduce a un semplice punto di vista. Più un sistema si dichiara perfetto e ineccepibile più rivela le proprie fragilità. Puntando soltanto sulle regole si può generare il caos.

Può un buon insegnante riuscire ad esserlo senza rimanere impigliato nel sistema e nei suoi ingranaggi?

La narrazione sembra dirci di no. Ricercare ad ogni costo la verità è pericoloso, perché persino in un sistema che si dichiara integerrimo vige una regola che limita ciò che si può dire: “quanto accade in sala professori rimane in sala professori”. E da questa contraddizione nasce quello che in un microcosmo come quello scolastico può diventare, secondo i punti di vista, un fallimento educativo, una criticità di cui sbarazzarsi senza troppe conseguenze, un dramma umano, un caso mediatico, una notizia da cronaca locale.

La luce che si intravede a portare un po’ di ottimismo, come un germoglio che si fa strada in un contesto da thriller, è il

filo sottile che si stabilisce tra l’insegnante e il suo alunno più brillante; tutto nella realtà oggettiva li separa, ma i due trovano un piano diverso su cui relazionarsi e dialogare a dispetto delle circostanze.

Ho trovato il finale deludente e un po’ surrealista: il regista abdica al suo presunto ruolo di narratore onnisciente e la verità non viene a galla, resta tutto in cliffhanger come a preparare un sequel che non ci sarà.

Alcune questioni, pare dirci Ilker Çatak , sono destinate a restare nodi irrisolti e la narrazione segue questa teoria. Spesso, come nella vita, si rimane con il dubbio. Ognuno scelga la propria conclusione. 

Per quanto mi riguarda, il film termina veramente qualche ripresa prima, nel muto confronto tra Carla e il suo studente, che si conclude con un simbolico gesto il quale contiene il vero senso del rapporto tra insegnante e allievo: lasciare a lui qualcosa che prima non sapeva fare e, chissà, forse aprirà le porte ad algoritmi futuri, forse farà di lui una persona migliore e sarà la base per costruirne gli studi, la carriera, la vita.

Gli insegnanti possono perdere molte battaglie, ma devono vincere questa.

Mi piacerebbe che il film lo potesse vedere Don Lorenzo Milani. Quanto è cambiata la scuola dagli anni ’60, quanto sono diversi gli strumenti che deve mettere in campo in una società che muta a ritmi vertiginosi, schiacciata tra pedagogia, competenza, conoscenza, burocrazia e tecnologia?

Vorrei che potesse uscire presto una nuova versione di “Lettera a una Professoressa” , vero manifesto della scuola del ’68 e che fosse, questa volta, dedicata a tutti gli insegnanti d’istinto, a quelli che si battono contro i mulini a vento, e qualche volta vincono le battaglie che contano, anche se a qualcuno possono apparire dei perdenti, come Carla Nowak.

Buona visione a tutti,

Selene

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