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IO, CAPITANO – il film di Matteo Garrone

 Premessa necessaria: non volevo vederlo, questo film. Sapevo che sarebbe stato difficile, doloroso, pesante. Perché non ho mai saputo veramente schierarmi sull’argomento immigrazione, sento il peso delle ragioni di chi vorrebbe accogliere tutti, ma anche di chi razionalmente sa che non abbiamo le risorse per farlo.

“Io, capitano” sarà il candidato italiano ai prossimi premi Oscar e anche se non dovesse qualificarsi, avrà comunque vinto. Non solo perché si è guadagnato il Leone d’Argento al Festival del Cinema di Venezia, ma anche perché, approdando a Hollywood mostrerà al mondo l’argomento da un’altra angolazione, al di là della prevalente retorica politico-mediatica.

Il film – i cui dialoghi sono interamente sottotitolati – non solo non è girato in italiano, ma non è neppure una storia italiana; rappresenta  piuttosto l’odissea del genere umano, che cerca di raggiungere il sogno, una vita migliore, la terra promessa.

Da sempre il viaggio simboleggia la formazione, la conoscenza di se’ e del mondo, e in letteratura abbondano gli esempi, da Gulliver a Robinson Crusoe, da Ulisse a Marco Polo. Viaggiare è dunque soprattutto un percorso di arricchimento dell’anima. E io ho visto qualcosa di biblico nella processione dei migranti a piedi nel deserto, che mi ha ricordato la fuga degli ebrei dall’Egitto. Qui però siamo ai giorni nostri e la destinazione tanto agognata è l’Italia, porta dell’Europa. 

Il Mose’ di questa storia è Seydou, un ragazzo senegalese di sedici anni, che parte titubante per seguire il cugino in Europa, con molta paura e tutti i dubbi che il buon senso gli instilla. Ma poi, una volta in viaggio, lo stesso buon senso gli dice che deve arrivare, sopravvivere, salvare se stesso e gli altri con l’unico supporto della lucidità e della speranza.

“Sono io il capitano”, urla Seydou alla fine del film. “Ce l’ho fatta: nessuno è morto!” 

Questo è ciò che conta dopo tutto, rimanere in vita. “L’importante non è quello che trovi alla fine di una corsa” diceva Il Professore interpretato da Faletti nel film “Notte prima degli esami”, “ ma è ciò che provi correndo”.

E Seydou, durante il durissimo calvario da Dakar alla Sicilia transita sotto i nostri occhi verso la maturità,  che passa per la sofferenza e la consapevolezza.

Anche lo spettatore, davanti alle scene violente e crude del film, che in fondo non raccontano nulla di cui già non fosse informato, fa un piccolo passo verso la comprensione di un dramma che sembra non avere soluzione.

La bellezza di una storia non sta necessariamente nella trama, ma è spesso nel punto di vista da cui viene narrata. E nel nostro secolo non c’è più spazio per i narratori onniscienti, che parlano come se sapessero tutto, come Dio nell’alto dei cieli.

Siamo sulla terra noi poveri mortali, e ci è difficile esprimere pareri su una questione così delicata come quella dell’immigrazione incontrollata, farlo senza provocare reazioni e istigare fazioni. In me invece, dopo aver visto questo film, si sono ulteriormente moltiplicate le incertezze, le domande. 

Mi chiedo innanzitutto a quanti, in Africa e in Europa, interessi davvero interrompere una filiera così redditizia, dove si paga per un passaggio in auto, per non essere imprigionati, per restare in vita.

E in questo contesto strutturato, qual è il valore della vita umana? “Nessuno è morto”, l’urlo liberatorio di Seydou nella scena finale, colpisce perché è di fatto un grido solitario. A chi, tra coloro che reggono un impianto fatto di ostacoli da superare a pagamento, importa davvero che nessuno muoia? 

Infine c’è la domanda più importante di tutte: se un ragazzo di 16 anni riesce a compiere un’impresa come quella che il film racconta, non e’ pensabile che il mondo trovi strade alternative, non certo perfette ma meno dolorose? Io dico che è doveroso farlo, ed è in gioco la dignità del genere umano, non certo la prevalenza di un’etnia su un’altra. Perché la migrazione verso terre più ricche, facciamocene una ragione, è inevitabile, parte integrante della Storia dell’umanità, ma non può avvenire a questo prezzo.

Mi auguro anche che il  film di Garrone arrivi in Senegal e in tutte le terre che vengono abbandonate ogni giorno, senza che ci sia una vera coscienza di come sarà il viaggio e di quella che sarà la meta.  ll film ci suggerisce che gli indizi non mancano, a volerli cogliere, seppure messi a tacere dall’immaginazione utopica di un futuro più radioso.  Seydou, che tutto sommato vive dignitosamente in Senegal, si sente dire prima della partenza: “Tu credi che l’Europa sia migliore dell’Africa?”.

E la mamma, a cui confessa di voler partire per fare stare meglio lei e le sorelle, gli risponde: “Se vuoi aiutarmi, devi farlo qui”.

Anche il cugino Moussa, poco prima dell’imbarco a Tripoli, gli dice: “avevi ragione tu, non dovevamo partire.” Ma c’è davvero spazio per un torto e una ragione in tutta questa storia? Si può rinunciare al sogno perché il percorso è stato pieno di ostacoli?

Finisco la mia riflessione menzionando il co-sceneggiatore che non ti aspetti, Massimo Ceccherini. Vedere il suo nome comparire sullo schermo alla fine del film é stato un brivido totalmente inatteso: lui, attore in tanti film di Pieraccioni, lui, che era così vicino ad essere inghiottito dall’ abisso delle dipendenze e della depressione, ora viaggia verso l’Oscar. Ha scritto il film insieme a Garrone, e mi piace pensare a una mano del regista che si tende verso un amico in difficoltà, la mano che dovrebbe raggiungere tutti quelli che ne hanno bisogno, non solo perché stanno su un barcone o vengono da un continente più povero, ma perché all’alba del ventunesimo secolo abbiamo forse cominciato a capire che nessuno si salva da solo.

Selene

4 thoughts on “IO, CAPITANO – il film di Matteo Garrone

  1. Allora, come sempre i tuoi post sono spunti di conversazioni e riflessioni, si spera costruttivi, perché la gente su temi inerenti anche in vie traverse alla politica, diventa sempre suscettibile. Dico la mia sul tema, non ho visto il film, ma mi prometto di guardarlo. L’immigrazione non è un problema che riguarda solo l’Europa, l’africa dell’America, per esempio, è il Messico. Ma lì non esiste immigrazione, perché in frontiera li restituiscono al mittente senza crearsi problemi. Senza addentrarmi in questioni politiche di altri continenti, anche perché lì ci sarebbe molto da dire, visto che quel continente è fratto prevalentemente di immigrati di circa 200 anni, ma pare se lo siano scordato, voglio solo dire di essere fiera di far parte di quella schiera di persone che propende alľ aiuto e alla comprensione, con la consapevolezza che le risorse per aiutare più di tanto purtroppo non ci sono, ma che pensa che le soluzioni, se cercate si possano trovare. Quella più facile secondo me, è quella che citi anche tu. Raccogliere dei fondi per aiutare questa povera gente a casa sua. Non è giusto che cerchino fortuna altrove perché costretti alla fuga, dovrebbe essere una libera scelta espatriare, anche perché parliamoci chiaro di questi tempi, la fortuna non si fa trovare da nessuno. L’altra sarebbe quella di aiutare queste persone a migrare legalmente, non con debiti a vita e rischiandola, la vita. Tanto, accogliere prima sulla carta, piuttosto che dopo, poco cambia, gli immigrati arrivano ugualmente. Ma ahimè… Non credo sia fattibile né l’una né l’altra cosa, perché, sempre come dici tu, si disinnescherebbe un business che fa comodo un po’ a tutti… Riguardo invece ciò che ci tocca da vicino, l’Italia, parte dell’Europa unita, dovrebbe smettere di fare la pecora, ma pretendere che queste persone vengano suddivise in maniera equa in tutti gli stati dell’Unione, facendo magari una media tra superficie e densità di popolazione. Ma è troppo difficile per loro, quindi così sia, e a tutto quello che verrà, amen, e che Dio aiuti anche noi.

    1. Ciao Pam. Tutto condivisibile quello che dici. Io non lo so quale sia la strada giusta. E’ una questione che nessun paese puo’ affrontare da solo, ci vogliono politiche condivise quantomeno a livello europeo. Non discuto la necessità della migrazione, che e’ sempre avvenuta e sempre più avverrà, dato che il mondo e’ sempre più piccolo. Quello che contesto e’ il come.

  2. Visto oggi, 18 novembre 2024.

    Un’ opera cinematografica che mette sul serio, nero su bianco (a colori), quello che tutto il mondo sa, ma che per molteplici motivi, viene dimenticato.

    Pellicola tremenda e cruda, credo realistica, che porta a riflettere sul lato oscuro che può pervadere l’essere umano di qualsiasi continente e religione.

    Una sorta di poesia tremenda che può scuotere e forse portare qualcosa di positivo, allo spettatore smemorato che improvvisamente si ricorda di ricordare.

    Assolutamente da vedere in tutto il suo peso.

    1. Proprio così, caro liga. E sembra che qualcuno apprezzi anche fuori dall’Italia: è uscita la conferma che “Io, Capitano” sarà candidato agli Oscar 2024 per il miglior film straniero. Ci tengo a questo quasi più che a Sanremo 😉

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