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SalRemo famosi

today2 Marzo 2026 11

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2 Marzo 2026



Parliamoci chiaro, sono stata la prima a dire, anche in diretta radio, che Sal Da Vinci aveva portato a Sanremo una canzone neomelodica tradotta in italiano, ben al di sotto delle sue immense potenzialità canore. Lo ribadisco, lo penso ancora. Ma io sono contenta che abbia vinto lui il festival, e non perché è napoletano come me, cioè, un po’ anche per quello, non voglio essere ipocrita. A questo punto vi starete chiedendo, allora perché sono felice che una canzone mediocre abbia vinto Sanremo? Ve lo spiego subito, ma sappiatelo, non sarò breve.

(dicesi pupitola, n.d.e.)

🙂


Punto primo, andiamo ad analizzare prettamente la manifestazione e l’importanza che ha per la musica italiana. Non scomodiamo i primi 25/30 anni della manifestazione, la cui partecipazione era quasi esclusivamente di mostri sacri. Iniziamo facendoci una domanda. Quante volte Sanremo, nonostante abbia lanciato il 90% dei grandi big della musica nostrana, ha premiato la canzone più bella, o la più passata dalle radio? Io ricordo pochissime edizioni in cui il vincitore ha lasciato tutti soddisfatti. Ma vogliamo un attimo ricordarci di quante volte, invece, è stato vinto da canzoni che… “Boh, ma chi le ha votate?”. Vi faccio qualche nome? I Jalisse, Marco Carta, Valerio Scanu, Povia… Potrei continuare, ma mi fermo. Anzi no, anche Olly un anno fa, e Angelina Mango l’anno prima, che ha vinto Sanremo più per la cover della canzone di suo padre che per il valore della sua. Sanremo negli ultimi anni somigliava più a un Festivalbar invernale, ragazzini che cantavano con autotune a palla, votati a furor di social dopo essere usciti da uno dei tanti presunti talent show, molto più show che talent, in verità.
Io sono stata contenta che invece per una volta abbia vinto la famosa gavetta, il sacrificio, la perseveranza, che abbia vinto qualcuno che finalmente CANTA, con potenza, tecnica, e precisione.
E qui mi voglio collegare al punto due, il lato umano del vincitore. A me non è mai stato simpatico, l’ho incrociato diverse volte, e sembra uno che ti guarda dalľ alto in basso, invece no, ho riflettuto, ho sbagliato. Lui è un figlio d’arte, ma a differenza del morandino, di ď alessietto, del gassmanuccio, a lui non è stato regalato nulla. Il padre era un noto cantante negli anni ’70, uno di quelli che al festival di Napoli non mancava mai (e uno lo ha anche vinto), della generazione di Mario Merola, forse qualcuno in Italia se lo potrebbe ricordare se ha una certa età, o anche no. Arrivò anche a fare qualche film. Ma già negli anni 80 le nuove generazioni non lo ascoltavano più, nei 90 era quasi sconosciuto, in molti lo avevano dimenticato per poi ricordarlo quando Paolo Limiti lo ospitava nelle sue trasmissioni. Sal non è nato neanche in Italia, è nato a New York perché il padre era tra quelli che riempivano i teatri americani cantando di guappi ed emigranti, ci è tornato piccolo a Napoli, e nel vero no si porta un nome un po’ del sogno americano del caro papà (alľ anagrafe Salvatore Michael Sorrentino). Ha iniziato piccolissimo a cantare e recitare, a 6 anni, in qualche film col padre, col quale fondò anche una piccola compagnia teatrale, e più avanti ha fatto un film anche con Verdone (era Capua in “Troppo forte), il quale gli ha lasciato anche un bel post per complimentarsi. Ha alle spalle tanto teatro, nel 2002 è stato il protagonista del musical “C’era una volta scugnizzi” ispirato al film di Nanny Loy, vincendo ľ Oscar del Teatro nel 2003. Ma intanto tra qualche piccolo successo le sconfitte arrivavano, a Sanremo è stato scartato ben 13 volte, ma lui non si abbatteva continuava con tenacia e determinazione. Canta, eccome se canta, senza autotune, ha tecnica e potenza che mette nel sacco il 90% dei cantanti italiani, soprattutto delle nuove generazioni.
Ma veniamo al punto tre, il lato umano. Il figlio di Mario Da Vinci è stato cresciuto in maniera umile, gli è stato insegnato a non aspettarsi mai nulla, che la vita, gli amici, l’amore, l’affetto, sono la cosa che più conta. E sono stati proprio i suoi affetti a sorreggere le sue cadute.



Lui da ragazzino abitava a Piedigrotta, vicino al mare. Aveva appena 15 anni quando un amico lo trascinò con lui al sedicesimo compleanno di sua cugina. Se ne innamorò subito. Si sono sposati giovanissimi e squattrinati, abitando i primi anni con la famiglia di lui, poi si sono trasferiti a Pianura, quartiere periferico tutt’altro che bello. Sognavano di vivere a Mergellina, vicino al mare, e allora con due bambini si sono trasferiti in una casa di 47 metri quadri con tanti sacrifici. Ed oggi quei due ragazzi sono ancora insieme, felicemente nonni, hanno affrontato insieme gioie, dolori e malattie, la meningite del figlio, ľ angioma della figlia, i successi, e tutto ciò che può accadere in 42 anni vita insieme.
Lui sul palco non ha portato un pezzo che poteva andare bene negli anni 50, lui ha portato la sua vita, la sua storia, il suo modo di essere, la teatralità e la mimica insita in quasi tutti i napoletani, la veracità, la capacità di emozionarsi, la genuinità senza fronzoli né costruzioni. È quello che indossava il braccialetto azzurro non perché è il colore del Napoli Calcio, ma per salutare e donare un sorriso ai bambini del presidio Santobono – Pausilypon, l’ospedale pediatrico di Napoli, che lui nel silenzio va a trovare frequentemente cercando di portare un po’ di leggerezza in mezzo a tanta sofferenza.
Ora forse potrete comprendere un po’ di più la reazione che ha avuto quando è stato proclamato vincitore, che in tanti hanno interpretato come “sceneggiata napoletana”, ma che invece è stato un mix di gioia, liberazione, un sogno realizzato, perché per un napoletano la musica è importante, ma per un napoletano che canta la musica è vita, e Sanremo ne è il tempio.
È per questo che nonostante un pezzo di cui continuo a pensare che non sia dei suoi migliori (anche se comunque è coinvolgente al punto giusto), io sono contenta che abbia vinto. E comunque è stato apprezzato da critici e colleghi, proprio nelľ anno in cui, a soli 56 anni, festeggia già 50 anni di carriera (sì, 50 anni di carriera, non è esattamente l’ultimo arrivato) .
E poi, in un’epoca dove separazioni e divorzi sono più frequenti di un anniversario di un quinto anno di matrimonio, che male c’è a cantare ľ Amore con gioia ed enfasi?

Ciao Sanremo, ci rivedremo tra un anno.


Scritto da: Pam

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