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Intervista Allimac - 19.11.2025

Il 9 Gennaio 2026, il gruppo hard & heavy statunitense Alter Bridge è ritornatocon un nuovo album dal titolo Alter Bridge.
Gli Alter Bridge sono un gruppo, formatosi a Orlando nel 2004 composto dal chitarrista Mark Tremonti, dal bassista Brian Marshall e dal batterista Scott Phillips, tutti e tre membri anche dei Creed (uno di gruppi di punta del rock americano post-grunge), insieme al cantante e chitarrista Myles Kennedy, ex frontman dei Mayfield Four e anche attuale cantante del progetto solista del chitarrista Slash.
Il nome del gruppo deriva da un ponte (bridge in inglese) rimasto nei ricordi di Mark Tremonti, fondatore della band, e situato presso la Alter Road, una strada sulla zona di confine tra le città di Detroit e Grosse Pointe.
Il disco è destinato a rivelare l’anima, l’autenticità, la radice, il marchio a fuoco della band, senza alcun orpello o licenza poetica.
Il disco, l’ottavo album in studio degli Bridge Alter Bridge è una tracklist di 12 brani che porta l’ascolto a superare l’ora complessiva si distingue per semplicità, equilibrio, evoluzione personale e artistica, coerenza estetica e creativa maturata in oltre vent’anni di carriera (escludendo Creed e The Mayfield Four).
La durata complessiva del disco, tuttavia, non rappresenta un eccesso ma una scelta di linguaggio. La band può così sviluppare strutture, dinamiche e transizioni senza ricorrere a soluzioni di compromesso, lasciando spazio e respiro agli strumenti, lanciandosi in cambi di tempo o code estese, e dialoghi tra chitarre.
Il titolo omonimo dell’album si va a inserire in una lunghissima lista di prestigiosi artisti rock e metal che hanno intitolato un loro lavoro con il proprio nome: Bob Dylan, Beatles, Led Zeppelin, Black Sabbath, Iron Maiden, Bad Company, Queen, Metallica, Boston, Chicago, Stone Roses, Weezer, Peter Gabriel, David Bowie, Van Halen… e tanti altri. Dischi leggendari che non delusero le attese e certamente anche questo Alter Bridge, con una semplice copertina bianca e il loro logo AB in nero, con la scritta ALTER BRIDGE che compone la prima parte della lettera “A”, ripaga la spasmodica attesa che ha saputo creare tra i noi fedelissimi fan.
12 canzoni incise con il fedelissimo e storico produttore della band, MICHAEL “ELVIS” BASKETTE. Non ci sono enormi sperimentazioni sonore in questo lavoro, dove la potenza prevale certamente sulla melodia, ma il sound della band rimane ampiamente riconoscibile. Alcuni pezzi presenti sono tra i più selvaggi e carichi mai incisi dalla band.
Una line-up, solida, ciclicamente prolifica, metodica nelle uscite stabilite ogni tre anni, nutrita da pause di riflessione e progetti solisti.
Sono stelle che luccicano Myles Kennedy e Mark Tremonti, insieme ai talenti ritmici degli amici fraterni Brian Marshall e Scott Phillips, non alterano i colori ombrosi (post) grunge, quelli più ardenti dell’hard rock; seducono il blues, il folclore country, la potenza e la pesantezza metal, includono interferenze “djent”(un sottogenere del progressive metal, riconoscibile dal suono onomatopeico “djent“, ottenuto da chitarre basse, pesantemente distorte e con palm mute sulle corde più gravi, creando riff complessi e ritmici, spesso con poliritmie e uso di chitarre a 7, 8 o più corde), scaldano l’emozione con melodie indissolubili, vero tesoro di un sound riconoscibile.
Non erano in pochi quelli che una quindicina di anni fa vedevano negli Alter Bridge una delle band che avrebbe preso il testimone dei mostri sacri del passato, raggiungendo numeri che solo pochissimi nomi in ambito rock e metal sono stati in grado di siglare.
Difficile dare torto a chi la pensava in questo modo, avendo davanti all’epoca una band moderna, con una prima serie di album esente da difetti, in delizioso equilibrio tra rock e metal, melodia e violenza sonora, vecchio e nuovo. Negli anni successivi, il quartetto di Orlando ha invece consolidato la propria posizione, senza però riuscire a espandere ulteriormente i propri confini e rimanendo “solo” un’ottima band, che non ha quasi mai sbagliato un colpo.
Potrei stare ore a indagare i motivi per cui gli Alter Bridge non hanno mai avuto l’esplosione che molti avevano pronosticato e questi motivi potrebbero spaziare tra diverse argomentazioni, ma forse arrivati all’ottavo album è il momento di rendersi conto che la band ha sempre fatto quello che era più di primaria importanza per i suoi componenti, e sempre con ottimi risultati.
Dalla pubblicazione di “AB III” del 2010 in poi, i quattro si sono dedicati a diversi altri progetti, che portano avanti tutt’ora senza interruzioni e ogni tre anni si sono comunque trovati per dare vita al nuovo album della loro band principale.
Preso atto di ciò, diventa inevitabile che quanto fatto nei progetti solisti vada a impattare pesantemente sulla scrittura, senza però snaturarla, andando a presentare elementi, ottimi, chiariamolo, che, in un modo o nell’altro, si ripetono secondo pattern consolidati da ormai da molti anni.

L’album Alter Bridge è una pozione magica creata dagli elisir di “Blackbird” e “III”, una mistica connessione tra le opere soliste di Marke Myles (sapientemente guidati dal complice di lunga data, il producer Michael “Elvis” Baskette).
Gli Alter Bridge si vogliono bene, hanno condiviso esperienze indelebili, e si sente in tutti i 12 brani questo amore reciproco, la passione, arriva all’ascolto persino lo stupore della pre-produzione, suonata nei leggendari 5150 Studios, il tempio di Eddie Van Halen.
I suoni hanno un sentore “nineties”(un’atmosfera, un’estetica, uno stile che richiama o evoca le tendenze tipiche degli anni Novanta), attraversano la pioggia fitta di Seattle, le origini dei Creed, e lo stesso fanno le parole: raccontano di come trasformare le energie negative in potenziale, di quel che il buio riesce a illuminare, con l’intenzione di poter ispirare gli esseri umani alla ricerca della loro parte migliore.
Già dall’opener scorre come un fiume in piena quel sapore. Il “palm mute” essenziale (tecnica chitarristica che consiste nell’appoggiare leggermente il palmo della mano destra, per i destrorsi, sulle corde, vicino al ponte, per smorzarne la vibrazione e ottenere un suono ovattato, percussivo e più basso, molto usato nel rock e metal per riff ritmici e per creare spazi) di Myles guida “Silent Divide”, non teme i virtuosismi dell’amico Mark, mostrando le sue qualità di dotato chitarrista oltre a regalare una meravigliosa performance vocale. Due gli assoli, ognuno con armonie differenti, rinforzano il mantra del chorus, da recitare insieme a Myles possibilmente in zazen (meditazione del Buddismo Zen, seduti in meditazione con semplicità, senza scopi e aspettative, senza nulla volere e pensare, persino senza l’idea di sedersi senza nulla volere e pensare): “Fermati. Respira. Pensa. Non oltrepassare il limite. Mantieni la calma. Il silenzio deciderà. Aspetta. Osserva. Ricorda che la rabbia è cieca”.
“Silent divide” stabilisce da subito un terreno fatto di riff, ritmica serrata e linee vocali che funzionano come dichiarazione d’intenti: “One more accusation on display / Another tale of madness / Please don’t take the bait / The devil in disguise is steeped in hate / Jealous of the truth he cannot bare to facе“, è l’avvertimento che arriva nel secondo verso della canzone di apertura.
“Silent Divide”, singolo uscito a fine estate, mette in luce, senza neanche esagerare, l’anima un po’ più aggressiva della band. Il pezzo non fa sconti a nessuno, non si avvale di sontuose intro e arriva dritto dove deve arrivare. Al suo interno di trova il perfetto connubio Kennedy/Tremonti, così come la batteria di Scott Philips, il cui stile e pulito lineare sono il perfetto appoggio la texture strumentale e vocale, ed il basso di Brian Marshall, riempitivo al punto giusto anche se meriterebbe un pochino più di protagonismo.
Ci si addentra sempre di più nell’album con “Rue the day” e “Power down”, che insistono su un equilibrio tra pulsazione e costruzione, con un lavoro di sezione ritmica che richiama una tradizione hard rock filtrata attraverso un vocabolario metal.
Il brano “Rue The Day” ha un incedere pesante, le tinte scure delle note sfumano in divenire sul bridge, seguono i breakdown, i cambi ritmici, fa luccicare tutto Myles sulla melodia del chorus, si incupisce il sentimento con l’assolo: “Inspira, espira. Dipende da te, mantieni la tua posizione. Non lasciarlo fare a modo suo, altrimenti ti trascina, ti abbatte. Alla fine, non c’è dubbio, vivrai pentendoti di quel giorno”.
Sono onde le emozioni, surfano gli Alter Bridge, accelera “Power Down”, travolge l’hard rock, sono fulmini gli accenti di Phillips, gli assoli, mentre seduce il radiofonico Myles, mettendo di nuovo a fuoco riflessioni sull’equilibrio interiore: “il destino deciderà, le ombre non dormono mai. Perché non ti fermi un minuto? Prenditi un po’ di tempo. Prendi ciò che é destinato a te. Non lasciare che questo momento ti scivoli accanto”.
Il corpo centrale dell’album trova una forma di equilibrio in brani come “Trust in me” e “Tested and able”, dove le voci di Kennedy e il chitarrista Mark Tremonti si incontrano, e la scrittura procede per stratificazioni e contrasti.
I riferimenti attraversano il rock americano, il metal di matrice anni Novanta e una sensibilità melodica che richiama una certa scuola britannica, senza citazioni dirette ma attraverso un uso consapevole di progressioni armoniche e soluzioni ritmiche.
Perfetto a questo punto della scaletta il cambio di direzione con “Trust In Me”, ha l’incedere pesante, una pausa silenziosa apre alla melodia del chorus, pur rimanendo in un terreno fangoso, arriva forte il senso della lotta, una battaglia avere fede in qualcuno o qualcosa, dissolvere le false credenze.
Si vola verso il centro della tracklist con “Disregarded”, una canzone di transito, una conferma della rotta intrapresa che atterra a “Tested And Able” ed è la voce di Mark che segna il passaggio mantenendo viva la forma meditativa, non si perde la speranza: “So che hai sempre paura accada il peggio. Lascia andare, non farti del male. Questa strada è lastricata di parole vuote, col tempo spero tu viva e impari”.
“Tested And Able”, pezzo con lontane influenze etniche alla THE POLICE in sottofondo e con un chorus (èil cuore della canzone, il “gancio” melodico che cattura l’ascoltatore e contiene il significato principale del brano) semplicemente vincente, che ci regala anche uno degli assoli più convincenti di MARK TREMONTI. “So che hai sempre paura accada il peggio. Lascia andare, non farti del male. Questa strada è lastricata di parole vuote, col tempo spero tu viva e impari”.
La seconda parte del disco acquista potenza, ha un appeal più intenso, interpreta il ruolo di Virgilio, “What Lies Within”, i ritmi si attorcigliano così come le parole, mentre la melodia ha la stessa sostanza della stella polare: traccia il percorso e rassicura.
Arriva quindi “What lies within” a lavorare sul concetto di accumulo emotivo, con il frontman che canta nel ritornello: “What lies within beneath the skin? / Something so dark and foreboding / It’s back again, please don’t give in / Release the anger, move on”.
“What Lies Within” è un brano dall’incedere inizialmente lento che, man mano, muta nel corso della canzone in assoluti momenti di pura estasi musicale, il riff portante del brano è semplicemente imprescindibile per la buona riuscita dello stesso.
“Hang By A Thread” é il cuore pulsante del disco; un vento caldo, le note della chitarra, il gusto del country, l’ombra dei Pearl Jam, riecheggia come un classico degli Alter Bridge e ricorda intensamente i fraseggi di “Watch Over You” (si torna a “Blackbird”). Come se il fine ultimo, il respiro calmo, lasciarsi andare alla vita senza sforzo, si materializzassero: “anche se sono appeso a un filo, non mi lascerò abbattere; anche se ho spinto fino al limite, é tempo per me di tenere duro”. Sembra una regola compositiva che si ripete, perché al terzo minuto accade puntuale la trasformazione del brano: ha evidentemente un valore simbolico molto importante il numero 3 e si sente (provare per credere) senza stare a impazzire per cercare incastri, basta ascoltare con attenzione e cura. Conquista la discesa verso una chiusura dal carattere eclettico e progressivo, considerati i nove minuti di durata e le stratificazioni strutturali.
“Hang By A Thread” introduce poi un momento di sospensione, affidato a una struttura acustica che rimanda a un immaginario country rock e a una scrittura di matrice cantautorale, è un bel through back moment (una “throwback song” è una canzone che, quando ascoltata, porta alla mente ricordi personali, luoghi, persone o emozioni di un’epoca precedente, è legata al concetto di nostalgia, ovvero un desiderio sentimentale per il passato),infatti bastano pochissime note per ritornare con la memoria alla ben più famosa e struggente “Watch Over You”. La ballad ci sta sempre, come il cacio sui maccheroni, e gli Alter Bridge lo sanno. D’altronde, può esistere un concerto/album degli AB senza la lacrimuccia? Ma certo che no, anche perchè se da un lato siamo di fronte al pezzone da singhiozzo e limone, non dobbiamo mai dimenticarci la cifra stilistica di questi ragazzi che oltre a stendere gli astanti con le loro composizioni musicali, hanno da sempre una penna decisamente carica, in grado di addentrarsi nelle diverse storie e situazioni dell’animo umano.
Un brano atipico nella loro produzione è certamente la nona traccia “Hang By A Thread”, in cui echi di country, PEARL JAM e alcuni riferimenti a loro vecchie hit quali “Before Tomorrow Comes” emergono qua e là. La voce di KENNEDY, semplicemente piena di pathos, si regala applausi a scena aperta.
La parte finale del disco riafferma l’idea di album come racconto unitario, con la lunga introduzione strumentale di “Scales are falling” e “Playing aces”, che riportano l’ascolto su coordinate di impatto e movimento, e “What are you waiting for” che recupera un legame con il passato della band attraverso una forma di continuità espressiva.
“Scales Are Falling” è un altro inno rock marchiato a fuoco dal celebre quartetto composto da MYLES KENNEDY, MARK TREMONTI, BRIAN MARSHALL e SCOTT PHILLIPS. Il brano esplora il momento di presa di coscienza che arriva quando si scopre un inganno e l’impatto emotivo che la verità può avere una volta rivelata.
Il ritmo sale e torna a correre in territori praticamente heavy metal con “Playing Aces”, che offre comunque diversi cambiamenti di ritmo e inserimenti incentrati sulla melodia. La batteria di PHILLIPS è semplicemente il faro di tutta la canzone, mentre KENNEDY, MARSHALL e TREMONTI riescono a seguirne la luce senza particolari difficoltà.
La penultima canzone “What Are You Waiting For” è decisamente figlia dei CREED, con ritmi rallentati, cori azzeccati e mai banali, e si lascia ascoltare con grande piacere.

Chiude Alter Bridge il brano con il maggiore minutaggio dell’intera carriera della band, “Slave To Master”, un pezzo che dura ben 9 minuti e 2 secondi. La voce evocativa di MYLES, i continui cambi di ritmo, l’alternanza tra luce e buio, giorno e notte, gioia e dolore, amore e odio, e tutte le contrapposizioni che compongono il mondo, danno forma a questo piccolo grande capolavoro. A un certo punto si viene quasi catapultati in territori progressive metal tipici dei DREAM THEATER (gruppo musicale progressive metal statunitense, fondato a Boston nel 1985 da John Petrucci, John Myung e Mike Portnoy) senza però mai volerli imitare o clonare.
“Slave to master” è il brano che chiude il disco con una struttura estesa, fatta di vibrazioni, contrapposizioni e sviluppo tematico, e ribadendo un concetto chiave della carriera della band ovvero l’idea di collettivo, di equilibrio tra individualità e insieme, e di musica come spazio di resistenza al tempo e alle sue semplificazioni
A fare da “intro” alla conclusiva “Slave To Master”, la potenza di “Playing Aces”, un’affermazione delle origini grunge, e “What Are You Waiting For”, mash up djent/grunge, entrambe una sorta di presa di responsabilità, di liberazione dal subdolo vittimismo e accettazione di quel che le esperienze insegnano senza giudizio. Parla con se stesso Myles: “affronterai la verità col tempo. Quando sarai vecchio e solo, senza nessuno da incolpare se non te stesso, ogni tuo fantasma che hai tradito, si vergognerebbe. Espiare, per tutti i modi in cui hai attraversato l’inferno. Tu e nessun altro”.
Ragazzi, si arriva alla vetta con “Slave To Master”, si ammira il paesaggio dall’alto, con le cicatrici ben in vista. Si può applaudire durante i 9 minuti in cui si provano tutte le emozioni, a cominciare dalla compassione, la delicatezza suonata dalla chitarra di Myles, l’energia dell’assolo di Mark che duetta con Myles per 3 minuti. La voce intona una preghiera, è un crescendo che si spegne nel silenzio, e poi torna a bruciare di passione con il prog metal ad alzare i toni. Sì confondono gli stili, la ballad viene fagocitata in un’estetica architettonica brutalista, e non serve star lì ad analizzare la forma, perché si percepisce tutto. Sì nuota tra le melodie, il ritmo segue il cuore, la complessità include la semplicità e la nitidezza del suono. Qui i protagonisti son tutti, non si erge nessuno sul piedistallo del primo attore. Vince la solidità di una band che ha trovato l’equilibrio, prima dentro di sé, poi lo ha donato all’ascolto, salutando con una domanda socratica: “Anche se gli errori che abbiamo commesso ci definiscono, non fingiamo di esser soli, non ha senso. Allora, dove andiamo?” Provate a rispondere…
Il capolavoro lo incontriamo in coda, con un brano incredibilmente lungo ma in realtà è quel pezzo che si ascolta, si riascolta e che rende l’album qualcosa di pazzesco. “Slave To Master” sono 9 minuti di poesia, riflessione, lacrime (eh sì, chi scrive alla fine ha ceduto) ed uno stream of consciusness che in pochi sanno comporre. Ci sono pezzi che stanno nei canonici 3 o 4 minuti e che lasciano il nulla ed altri, invece, che fanno breccia, si incollano all’orecchio e che a loro modo fermano il tempo.
Io penso che la carriera e la bravura degli Alter Bridge stia tutta all’interno di questo pezzo, la cui potenza è data da un mix di assoli di 3 minuti che non sono lo snocciolare banale e spocchioso di chi sa suonare la chitarra, ma sono la terza strofa di una composizione ampia e fitta e le cui lyrics sono destinate a scalfire anche gli animi più contenuti.
Apro una parentesi dato che ho citato il “stream of consciusness” ossia il “flusso di coscienza” che è una tecnica narrativa che riproduce i pensieri di un personaggio così come appaiono nella mente, in modo libero, disordinato e non filtrato dalla logica, mescolando sensazioni, ricordi e associazioni casuali, spesso senza punteggiatura convenzionale, per dare un’immagine fedele della vita psichica interiore. Coniata da May Sinclair, è famosa in autori come James Joyce (es. Ulisse) e Virginia Woolf, e si distingue dal monologo interiore per la sua maggiore frammentazione e irrazionalità.
Forse non è un caso che sia proprio l’album eponimo (che porta il nome del gruppo) ad essere uscito in questo contesto, per Alter Bridge, che arriva poco più di tre anni dopo “Pawns & Kings”, la band spinge su tutto ciò che l’ha resa famosa, andando ad integrare ulteriormente le esperienze soliste di Myles Kennedy e Mark Tremonti
Nei brani è evidente come il primo si sia concentrato maggiormente sulla chitarra negli ultimi, e “The Art Of Letting Go”era già un grosso indizio in tal senso.
Rispetto al precedente, quindi, abbiamo un lavoro forse meno coeso e rabbioso, ma nel quale, attraverso brani che variano il giusto, la chitarra viene messa sempre e comunque in primo piano. Nello specifico, se la sezione ritmica offerta da Brian Marshall e Scott Philips si mantiene solida e sullo sfondo, il riffing di Tremonti e Kennedy è eccezionale.
Non sono pochi i brani che si mantengono grazie a questo e la band si diverte anche sperimentare soluzioni diverse tra di loro. È il caso di “Tested And Able”, che si regge su un riff di apertura (e chiusura) devastante, per poi evolversi in una power ballad cantata prevalentemente da Tremonti.
L’headbanging (“headbanging”, letteralmente “sbattere la testa” è una pratica culturale legata ai concerti di musica rock/metal, dove i partecipanti muovono la testa in sincronia con la musica forte) scappa facilmente anche in “Disregarded” e nei breakdown che la band inserisce abilmente, come nell’opener “Silent Divide”.
Ancora più delle volte precedenti, gli Alter Bridge fanno gli Alter Bridge: l’ottavo album della loro invidiabile carriera presenta in maniera chiara tutto quello che hanno fatto in precedenza, side project compresi. Facciamoci crescere sulla pelle questi, ottimi, nuovi 12brani e godiamoci per l’ennesima volta una band in salute, che, nonostante il passare degli anni, continua a non sbagliare un colpo.
Allo stesso modo, uno dei momenti migliori dell’album è “Trust In Me”, caratterizzata da un riff quasi metalcore e dove la premiata coppia si divide anche le parti vocali in un inedito duetto che avrebbe ben funzionato anche nel contesto del Tremonti solista, così come gli staccati in pieno stile Sevendust di “Tested And Able” (la cui demo non a caso risale alla lavorazione di “The End Will Show Us How”, ultimo album di Mark Tremonti)
Tra gli altri highlight del disco, doveroso citare l’immancabile ballad “Hang By a Thread”, gradevole se pur lontana dai fasti di “Watch Over You” e “Wonderful Life” e la conclusiva “Slave To Master”, ennesima variazione sul tema rispetto all’inarrivabile “Blackbird”, superiore all’originale solo in termini di durata (ben 9 minuti) ma comunque capace di far vibrare le corde dell’anima, oltre che quelle della chitarra, a colpi di bending.
Io lo trovo molto più complesso rispetto al precedente, sarò di parte ma mi sembra un album che merita più di un ascolto per essere apprezzato appieno.
L’alternanza tra pezzi più veloci ed heavy e altri brani più ritmati ma ugualmente pesanti è il mood iniziale del lavoro. La seconda traccia “Rue The Day” è molto oscura, con alcuni cambi di ritmo che ti lasciano a bocca aperta, mentre la quarta traccia “Trust In Me”, con i suoi riff rallentati, ti quieta un po’ l’anima dopo l’incredibile furia sonora di “Power Down”, con uno SCOTT PHILLIPS semplicemente in stato di grazia.
Ogni brano ha qualcosa da dire, ogni brano racconta una storia, sia essa gioiosa sia essa dolorosa, ma sempre portatrice di speranza, resilienza e voglia di lottare e resistere per superare indenni la tempesta.
Ho trovato “Disregarded”, quinta canzone dell’album, come manifesto emblematico del lavoro, con vari cambi di tempo e con la voce di MYLES KENNEDY semplicemente perfetta.
Granitico, potente, compatto, seducente, questi sono soltanto quattro dei tanti aggettivi con i quali posso definire l’ottavo album dei magnifici ALTER BRIDGE.
In un mondo fatto di brani fotocopia, effetti che camuffano, intelligenza artificiali e testi vuoti, Alter Bridge è una carezza dolce e amara destinata a fare compagnia.
La costante e la precisione degli Alter Bridge vibrano sotto le corde di Mark Tremonti e la velocità di Scott Phillips alla batteria, mentre il basso di Brian Marshall continua a dare aggressività e narrazione al ritmo, con la voce di Myles Kennedy che arriva dove vuole.
Il nuovo e ottavo album del gruppo è destinato a raccogliere consensi tra i fan, con il pubblico italiano che avrà anche l’occasione di ascoltarlo dal vivo quando gli Alter Bridge torneranno in Italia per 2 concerti in programma il 2 febbraio 2026 all’Atlantico di Roma e il 3 febbraio 2026 alla Chorus Life Arena di Bergamo.

La forza degli ALTER BRIDGE è sicuramente la compattezza: nessuno è primadonna, nessuno è subalterno all’altro.
Con oltre vent’anni di carriera alle spalle, gli acclamati rocker ALTER BRIDGE non mostrano alcun segno di rallentamento, noto per i loro riff memorabili, le melodie vocali contagiose e i duelli chitarristici stanno avendo un enorme successo di critica e di pubblico in tutto il mondo.
Non mi resta che dire. Bentornati ALTER BRIDGE. Grazie di esistere!
Vi ricordo che come sempre potete ascoltare alcune canzoni selezionate da me presenti in questo album in rotazione sulla rotazione giornaliera di Radio Febbre.
Non perdete anche la mia personale selezione musicale in onda ogni mattina dal Lunedi alla Domenica dalle 10:00 alle 10:30.
Da parte mia è tutto.
Alla Prossima da SonoSoloParole.
Scritto da: SonoSoloParole
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