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Intervista Allimac - 19.11.2025

Oggi voglio parlare, o meglio, esprimere ciò che penso sulla Tragedia di Crans-Montana in Svizzera nella notte di Capodanno.
Purtroppo Il dibattito pubblico seguito alla tragedia di Crans-Montana sta scivolando pericolosamente verso una narrazione distorta: la criminalizzazione delle vittime.
Già, si punta l’indice contro i video girati con gli smartphone, contro la presunta “incoscienza” dei minorenni o l’inadeguatezza dei genitori.
A mio avviso è una deriva che rasenta il ridicolo, i video, lungi dall’essere prova di superficialità, sono oggi la documentazione più cruda di un evento di cui i giovani sono le uniche, vere vittime.
Mentre un “giovane presente” chiede pace, come dichiarato ai microfoni di un giornalista che lo intervista, è necessario ora interrogarsi sul “grande assente”: l’adulto. Non l’adulto inteso come genitore, ma come garante della sicurezza, supervisore e scudo protettivo!
La prima domanda da porsi è perché nessun allarme è scattato?
La critica più frequente riguarda l’apparente inerzia dei ragazzi dinanzi al pericolo, studi sulle neuroscienze, tuttavia, spiegano che non si è trattato di apatia, ma di un fallimento biologico del sistema di allerta.
Il centro di elaborazione emotiva del nostro cervello che attribuisce significato emotivo agli stimoli, identifica pericoli e attiva reazioni come “combatti o fuggi” la cosiddetta “centralina della paura”, non rileva il pericolo in modo oggettivo, il sistema si attiva solo se lo stimolo viola le aspettative di sicurezza o somiglia a un trauma già vissuto.
Beh, in una discoteca a Capodanno, elementi come fumo, calore, luci intermittenti e rumori assordanti sono stimoli congruenti con lo scenario. Il cervello dei ragazzi ha catalogato ciò che stava accadendo come parte della festa, non come una minaccia vitale. Se il contesto è “divertimento”, il sistema inibisce i segnali che in una biblioteca farebbero scattare la fuga immediata. Secoli di civilizzazione hanno inoltre indebolito i nostri istinti ancestrali, come la paura del fuoco, rendendo la gestione del rischio un processo che deve essere guidato, non lasciato all’istinto.
A complicare il quadro interviene la dinamica della massa, come teorizzato dallo, psicologo, antropologo e sociologo francese Gustave Le Bon nel suo fondamentale La psicologia delle folle (1895), l’individuo immerso in una moltitudine cessa di essere un’entità razionale per diventare parte di un’”anima collettiva”.
In questo stato, la responsabilità individuale si diluisce e prevale l’inconscio, la folla è un organismo primitivo, impulsivo e suggestionabile.
Se a questo aggiungiamo l’atmosfera di euforia tipica di un evento di fine anno, magari amplificata dall’uso di alcol, diventa chiaro che non si può pretendere da un minorenne una gestione lucida dell’emergenza. I ragazzi erano nel posto giusto, nel modo giusto: a festeggiare.
Incolpare i ragazzi per non aver “capito” o per aver ripreso la scena significa ignorare come siamo fatti biologicamente e socialmente.
A Crans-Montana non è mancata la disciplina dei giovani, è mancata la tutela degli adulti perché la responsabilità non va cercata negli smartphone di chi era lì per divertirsi, ma nelle planimetrie, nelle autorizzazioni e nella vigilanza di chi aveva il dovere di proteggere quella spensieratezza. Gli assenti, tragicamente, siamo noi adulti!
La sicurezza in locali di pubblico spettacolo non è un concetto astratto, ma regolato da norme stringenti (come il D.M. 3 agosto 2015 per la prevenzione incendi): Uscite di sicurezza: Non solo presenti, ma presidiate e chiaramente segnalate; Personale addetto (Sussidiarietà): La legge prevede operatori formati con corsi antincendio e gestione delle emergenze, capaci di contrastare il “contagio mentale” della folla e guidare l’evacuazione; Supervisione attiva: L’adulto preparato è colui che rompe l’incantesimo della festa per imporre la realtà del pericolo.
Una festa di Capodanno dovrebbe significare inizio. Non fine. Non fiamme. Non bare. Dovrebbe essere la notte dei progetti sussurrati all’orecchio, dei messaggi inviati a mezzanotte, dei sogni che iniziano con “quest’anno farò…”. E invece no a Crans-Montana quella notte si è spezzata qualcosa che non si può più ricucire.
Il fuoco è arrivato all’improvviso, il panico ha preso il posto della musica, le luci si sono spente mentre fuori il mondo festeggiava. E oggi non ci sono solo vittime. Ci sono ragazzi dispersi. Nomi che vengono ripetuti a bassa voce. Foto strette tra le mani. Telefoni che squillano senza risposta. Hanno 14,15, 16, 17 anni.
Età in cui si è ancora a metà strada tra l’essere bambini e diventare adulti.
Età in cui si litiga con i genitori per uscire, si ride per sciocchezze, si pensa che il tempo sia infinito. Sono ancora troppo giovani per volare in cielo. Troppo giovani per essere ricordati al passato. Troppo giovani per diventare una notizia, in queste ore ci sono famiglie che non dormono, genitori che aspettano davanti a un ospedale in attesa di sapere quale sarà l’esistenza del loro figlio/a genitori in attesa di una lista, a una porta che non si apre. Ci sono amici che fissano lo schermo del telefono, convinti che basti un messaggio per far tornare tutto normale. Come se bastasse scrivere “dove sei?” Per riportare indietro una notte che ha preso una direzione sbagliata.

Capodanno dovrebbe essere rumore di botti e risate, non il silenzio pesante dell’attesa. Non le sirene. Non le lacrime trattenute per non crollare. Quando muore un ragazzo, non muore solo una persona, muore una possibilità, un futuro che nessuno saprà mai come sarebbe stato. Un amore che doveva ancora nascere. Un lavoro che non verrà mai scelto. Un sogno che resterà per sempre incompiuto.
E fa ancora più male quando succede in un luogo che doveva essere sicuro, in una festa, in una notte che doveva celebrare la vita.
Oggi non servono commenti feroci, non servono processi sui social. Non servono parole vuote. Serve silenzio, serve rispetto, serve memoria, perché quei ragazzi non sono numeri. Sono figli. Amici. Compagni di scuola. Sono risate che qualcuno non sentirà più. E mentre il mondo è ripartito con il nuovo anno, qualcuno è rimasto fermo a quella notte. Che questo Capodanno ci lasci almeno una cosa: la consapevolezza che nessuna festa vale una vita. E che certi ragazzi erano ancora troppo giovani per essere chiamati angeli.
Credo che tutti abbiamo visto le foto sui social, nei TG di quella maledetta sera, sono immagini che non urlano, sussurrano. E proprio per questo fanno più male, quella fotografia non racconta una tragedia, racconta il secondo prima, il momento esatto in cui tutto è ancora apparentemente al suo posto, ma il tempo ha già deciso di tradire tutti. Dentro è festa. Capodanno. Musica alta, luci che stordiscono, bicchieri che tintinnano come se fossero scudi contro la realtà. Champagne, sorrisi, corpi rilassati. La convinzione collettiva che qui non può succedere niente di male. Ma si sbagliano. Ed è lì l’inganno. I volti sono sereni, disarmati. Non perché non ci sia pericolo, ma perché nessuno lo sta più cercando.
Quando la percezione del rischio si spegne, la realtà diventa improvvisamente letale. In quello scatto non c’è incoscienza evidente.
C’è qualcosa di peggio: normalizzazione. Il momento in cui ciò che non è sicuro viene vissuto come accettabile. Il momento in cui il limite smette di esistere. Poi accade. Ma non lo vedi. Lo senti. È l’istante in cui il corpo capisce prima della mente, in cui l’aria cambia densità. In cui la musica resta accesa, ma la festa è già finita.
La notte che dovrebbe celebrare l’inizio diventa una frattura. Netta. Irreversibile. Irrimediabile. Il tempo si ferma. Il tempo non scorre più. Si spezza, come fanno le cose che non possono essere aggiustate.
Quelle foto oggi non parlano di lusso. Parla di vulnerabilità. Non parlano di divertimento. Parlano di un errore di valutazione. Non parlano di esclusività. Parlano di conseguenze. Sono gli ultimi fotogrammi prima che la realtà presenti il conto. Il confine microscopico tra “è tutto sotto controllo” e “non lo sarà mai più”. Ed è questo che rendono quelle immagine insopportabili: mostra un mondo che avrebbe potuto fermarsi un secondo prima. Perché le vere tragedie non iniziano con il caos. Iniziano con una festa in cui nessuno ha paura, ma tutti sono già esposti.
Quindi incolpare i ragazzi per non aver “capito” o per aver ripreso la scena significa ignorare come siamo fatti biologicamente e socialmente.
Non è mancata la disciplina dei giovani, è mancato chi aveva il dovere di proteggere quella spensieratezza e spero e mi auguro che qualcuno paghi per questa tragedia anche se la vita di chi è sopravvissuto non sarà più la stessa e qui sorrisi, risate di chi non c’è più nessuno li riporterà alle famiglie.
E se davanti a 40 ragazzini morti, alcuni dei quali forse ubriachi, forse strafatti, forse solo troppo impegnati a riprendere quello spettacolo assurdo a cui stavano assistendo, c’è chi trova il barbaro coraggio di giudicarli ricordando che “ai suoi tempi” senza hype e hastag si sarebbe salvato… ecco a quel qualcuno suggerisco una visita geriatrica urgente perché, no, non c’entrano i social e i video e la gratificazione del like, c’entra solo forse quella favolosa certezza che si ha a 15, 16, 16, 17 anni di essere immuni al male.
Magari bastava un semplice estintore a spegnere le prime fiamma ma forse nemmeno quello stava in quel locale, la cui unica via d’uscita, se così si può definire, è troppo stretta, il cui soffitto è troppo basso ed è bastato pochissimo perché le bottiglie con sopra le candele arrivassero su ed incendiassero tutto.
Beh, forse voi la pensate diversamente da me, ma il mondo è bello perché è vario… o forse è avariato chi lo sa…
Mi stupisco come la Svizzera sempre attenta e ligia abbia dato l’autorizzazione ad un discorso sotterraneo e le uscite di sicurezza, una scala di legno e strettissima, il soffitto era foderato di pannelli fonoassorbenti piramidali da studio altamente infiammabili, sono morti come topi in gabbia (scusate l’espressione).
Ma una cosa è certa, a Crans-Montana c’è stato il fallimento della sicurezza, non della gioventù!
Oggi che alcune delle vittime italiane sono tornate per “l’ultimo viaggio” in patria mi unisco al cordoglio delle famiglie che non vedranno più il sorriso, la voce del loro figlio/a, sorella, fratello, nipote, amico per dire: “Sono qui, sono tornato” … Perché si sono tornati ma in una bara!
Spero e mi auguro che queste tragedie non succedano mai più perché non si può pensare al guadagno a scapito della sicurezza della gente!
Ci sarebbe tanto da dire ancora ma mi fermo qui.
Da parte mia è tutto.
Alla Prossima da SonoSoloParole.
Scritto da: SonoSoloParole
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Fulvio il 5 Gennaio 2026
Pezzo scritto molto bene, con la giusta enfasi che meritava. Cosa aggiungere? Che le tragedie sono sempre generate dagli adulti, mai dai giovani.
Setteincondotta il 6 Gennaio 2026
Sono d’accordo: le colpe sono di chi non li ha tutelati non di chi voleva passare solo una serata di festa.
E a tutti quelli che puntano il dito vorrei ricordare della propria adolescenza, quando andavamo a feste in locali affollati all’inverosimile pieni di fumo, senza uscite di sicurezza o dispositivi antincendio.
Quanti di noi ci pensavano quando entravamo in quei posti..?